Magia tra fili e ricami parte III

Ed eccoci qui. Di nuovo. Nell’arruffamento generale che precede un evento. Nel matassamento di pensieri e progetti che manco credo di riuscire a portare a termine.

Perchè finisce sempre così: mille progetti e poi ne realizzo la metà della metà. Perché la mente è più veloce delle mani e delle bozze e dei prototipi; perché tra il dire e il fare c’è di mezzo non il mare ma l’insieme totale delle acque di questo pianeta. E allora rimango sconsolata sul mio divanino giallo, testa tra le mani, a pensare, paturniata, “Non ce la farò mai”. Ma, poi, ecco il colore giusto, un gomitolo smarrito e tutto diviene possibile. Ma, diamine, cosa sarà mai?!

Diamine!!!

Ma poi tutto riprende e mi fermo perchè vorrei fare di più; perchè vorrei avere più tempo; perchè con il caldo le mani non lavorano bene e neppure il cervello lubrifica bene e s’inceppa in paturnie – dannate paturnie! – e in pensieri su temi quali “L’incapacità, questa amica” oppure, la mia preferita, “L’incomprensione, eterna mano sulla spalla”.

Perchè chi crea vive in un mondo tutto suo che spesso cozza con la realtà; perchè chi pensa con un filo di colorare e rendere più bello il mondo si scontra con chi dice che tanto non ne vale la pena. Perchè le parole – come sempre – se sparate a raffica, sono mitragliate all’anima di ogni gomitolo. Perchè, diciamocelo, i sognatori sono sempre un pò commiserati dagli eterni pragmatici affacendati nelle e delle cose del mondo.

E così, a dispetto di tutto e – soprattutto – di tutti, tra un refolo d’aria e la speranza di un refrigerio, con amici gomitoli e mille sogni e parole abbozzate in nuovi progetti si continua a creare e a sognare; il cervello riprende a macchinare bene fino al prossimo inceppamento. E si vive su parole dette:<<Da quello che fai si sprigiona così tanta energia positiva e amore che è impossibile non avvertirlo>>.

Se davvero i sogni servono a trasmettere energia e amore mi chiamo felice.

E così, libera da un poco di paturnie, ritorno ai gomitoli per affrontare al meglio questo terzo anno di “Magia tra fili e ricami” a Villa Buri di Verona. Mi aspetto di rivedere volti vecchi e conoscere volti e manine fatate nuove. Ogni anno un’emozione come la prima volta. Ogni anno una scommessa e una sfida con me stessa. Ma da qui al fatidico giorno mi sono ripromessa di non mostrarvi nulla di nuovo… Sì, avete capito bene: le foto dei nuovi modelli di orecchini li tengo per il dopo evento. E’ una mia nuova tecnica per non distarmi troppo e ottimizzare questo poco più di un mese che mi rimane. A dire il vero non so come farò a resistere. Ma, come detto, è una sfida con me stessa.

Spero, dal profondo del cuore, di vedervi a Verona, a Villa Buri. Un saluto, una parola, un “Ciao” sono e saranno sempre ben graditi. Vi aspetto sempre e fate passa parola…

Un matassoso abbraccio Benben ❤

Merlino, magia e gelato

Che Merlino sia un amico peloso, appartenente alla famiglia dei gatti, penso lo sappiano anche le pietre.

Che Merlino sia portatore sano di magia – il nome non mente – si è accennato.

Che Merlino vada pazzo per il gelato non si è mai detto qui su N&G.

Ma andiamo con ordine e omettiamo il primo punto. Passiamo direttamente al secondo: Merlino, portatore sano di magia. Già ho avuto modo di dire e non dire su questo argomento, ma quando a sottolineare il particolare magico è lui che, da ingegnere fatto, ha una fantasia pari un decimo di punto sopra lo zero, mi lascia decisamente esterrefatta, piacevolmente esterrefatta. Accade, come ultimamente avviene che Merlino, quatto quatto, ha iniziato a impratichirsi nell’incantesimo Evanescenza. Credetemi: casa mia non è grande (giuro) e, armadi,  sottoscale e retro divano  giallo a parte, non ha particolari anfratti nei quali rifugiarsi. Eppure, tra queste quattro mura si respira della magia nell’aria. Ultimamente l’incantesimo sta assumendo una frequenza alquanto inquietante. Ieri sera, per esempio (anticipo che lui e io ci siamo guardati con un enorme punto interrogativo galleggiante davanti alla faccia e una sola domanda: “Come ha fatto?”).

E’ quasi ora di fare nanna per noi umani. Luce del comodino (il mio) accesa. Lui sta ascoltando gli omini che parlano in quella trasmissione televisiva in cui 24h si parla di calcio e io sto ultimando una lettura. Lui prima di spegnere la tv va a controllare dove si trova il nostro amico peloso.  E’ nella stanza accanto (leggasi laboratorio di N&G) che guarda fuori. Tutto normale. Lui ritorna a letto e chiudo il libro. La luce ancora accesa. E tengo d’occhio la porta della camera per vedere se Merlino viene a stare un pò in compagnia. Niente. Non vedo niente. Nessuna ombra. Poi, a un tratto, sentiamo dei piccoli sussulti provenire da sotto il letto. Da cittadina onoraria dell’albero di pero, la prima cosa a cui penso è “Oddio, il terremoto!” Poi un pensiero. Mi sporgo, sollevo la coperta e trovo Merlino che strizza gli occhi e viene a prendere una coccola.

<<Sto imparando a non pormi più certe domande>> dice l’altra metà serio. <<Ormai sono sempre più convinto che Merlino non sia solo un semplice gatto. Non è possibile. Se stai fermo e non lo vedi, puoi sbattere gli occhi e ritrovartelo accanto. Ciccio Pasticcio è davvero magico>>.

Merlino e il gelato è una novità e una scoperta. Ammetto che quando si parla di gelato senza averlo sottomano, Merlino inizia a leccarsi i baffi. La parola gelato la capisce molto bene. Ogni sera, all’ora di cena, Merlino lascia le sue esercitazioni magiche e la contemplazione del tramonto per venire a controllare cosa stai mangiando. Non ti sale sulle gambe. Non salta sul tavolo. Si allunga bene e ti guarda curioso. E fa così da quando ha scoperto casualmente l’esistenza del gelato. Ogni momento è buono per averne un poco. Certo, non tutti i gusti vanno bene.  Eh, no! Sarebbe troppo facile. Ama il gelato al cioccolato, al massimo con un pò di fior di latte. La crema la schifa un poco, ma in mancanza di altro una leccatina la da. La frutta la schifa totalmente. Comunque, quando è il gelato time (non tutti i giorni) prepariamo anche una ciotolina per lui. A occhio umano, la porzione di Merlino è davvero miseria, ma non ovviamente per il peloso: la punta di un cucchiaino da caffè è manna dal cielo. E lui inizia il leccaggio baffi. La meraviglia è rimanere a osservare quella sua testolina affondata nella ciotola. Ogni tanto la solleva, ti  guarda,  strizza gli occhi, si lecca bene e giù, in un nuovo affondo di gelato. Poi, come se niente fosse, il dovere chiama e ritorna alle esercitazioni magiche e alla contemplazione del tramonto.

Racconto semiserio (molto serio, poco semi) della vita in compagnia di un magico gatto, Benben ❤

N&G, il caldo e il tetto

Certi lavori bisogna farli fare quando c’è la bella stagione.

Certi lavori, come rifacimento del tetto, vanno fatti quando si riesce a trovare un accordo più o meno soddisfacente per tutti, soprattutto se abiti in un piccolo condominio che presenta alcune magagne. E, il tetto è una di quelle.

Certi lavori te li sogni di notte e nei tuoi peggiori incubi ti vedi crollare la parete di casa o montato il tetto al posto delle fondamenta.

Per certi lavori cerchi di organizzarti al meglio, pianificando tutto per bene. Poi, però, arriva quella mattina in cui senti un inquietante smartellamento sopra la testa di cui nessuno ti aveva avvisato. E quindi i tuoi piani si vanno a far benedire.

Per certi lavori devi avere lenzuola, tovaglie vecchie e chilometri di teli di plastica per incerottare tutto per bene.

E di fronte a certi lavori, capisci che pure N&G deve arrendersi ed entrare in un pausa (STOP) forzata per non sai quanto. Speri poco tempo, ma temi sempre che l’imprevisto sia dietro l’angolo (in effetti… ). E certi lavori, non sai perchè, coincidono con il caldo africano che, a detta degli espertoni, è equiparabile a quello del giugno 2003.

OK, no panico! Pensi. In fondo l’estate è appena iniziata e poco importa se molti tuoi conoscenti sfoggiano fotografie di un mare che ti fa venire l’acquolina in bocca… no, non importa. L’estate è all’inizio. E poco importa se tanti altri conoscenti ti continuano a chiedere quando andrai in vacanza, unendo al quando il dove… Li fanculeggi un poco, quel tanto che basta per ricordarti che hai dei lavori sopra la testa da ultimare e, non per ultimo, da pagare. Ma fa niente, il tuo mantra è  e sarà Ok, no panico! E nel frattempo vaghi da una stanza all’altra di casa, a seconda del posizionamento dei teli di plastica e trovi spazi tutti nuovi dove unire pensieri e provare a intrecciare fili mentre le mani si sciolgono e botole di pelo di Merlino prendono vita come nel deserto dell’Arizona (il mio ultimo spazio è stato ubicato in cucina, tra il piano lavoro e il tavolo, comodamente seduta sulla sedia sdraio del balcone…, ma tant’é)

Ma tu provi a mettere in atto un piccolo esercizio mentale sentito da un luminare: il caldo è solo uno stato della mente. Hai caldo perchè la tua mente continua a ripetersi che c’è caldo. Effettivamente se ti diluisci, colando, da una stanza all’altra, capisci che c’è caldo ed è difficile negare l’evidenza.

Allora che fai? Genialmente provi a spostare il perno dei tuoi pensieri su una baita in montagna. Ieri, a una cena all’aperto, dove solo un fantasma di un refolo d’aria si è fatto udire intorno alle 22 per poi svanire nel nulla, ti parlano di un posticino all’Alpe di Siusi in cui ci sono 17 gradi. Ti concentri e cerchi persino di non respirare per non sentire i polmoni bruciare pressati dall’afa. Ma, niente. Allora ti sovviene che tuo suocero tra pochi giorni partirà per l’Islanda e così provi a rendere ancora più duro il tuo esercizio mentale e provi a tarare la mente sulla temperatura di Reykjavìk.

Ci provi. Ci provi persino assaporando il semifreddo che aiuta un poco… ma, niente.

Ti alzi da tavola e hai l’impressione di esserti pisciata addosso per il caldo e controlli che il tuo abito non si sia fuso con la sedia verde. Veleggi verso casa e l’unica cosa a cui riesci a pensare è di ficcarti nuovamente dentro la doccia sotto un getto di acqua fredda.

Alla prossima, Benben (sperando ci sia meno caldo).

Nel frattempo continuerò con i miei esercizi mentali. Il caldo mi rende scarsa 🙂

N&G al concerto di Ermal

Capita. A volte capita che pure N&G e Benedetta stacchino la spina da tutto anche solo per mezza giornata.

E capita ancora… A volte capita. Quando meno te aspetti, una scheggia di musica, un suono, una nota, una voce, una parola, un testo di una canzone ti perfora. Una piccola invisibile ferita ti apre un mondo di emozioni e di curiosità quando ormai pensi di essere rivestito d’amianto.

Mi è successo ancora e questa volta con Ermal Meta.

Come sempre stavo facendo altro con la radio accesa. Passa la sua Vietato Morire come tante altre volte… poi eccola lì, la scheggia. Ti arriva dritta al cuore, all’anima o in quello scricciolo quasi invisibile di posto in cui ci sei davvero tu. E non sai spiegarti il perché arrivi proprio lì. Succede e basta e tu lasci che ti scarnifichi ben in profondità. Non puoi fermarla. Sai solo che, piano piano, inizi a cantare e capisci il senso, un significato che – chissà perché? – ti sembrava lontano. Ma poi eccolo lì, il significato, sulla tua pelle perché tu sei in quella canzone… e non ti sembra vero che quella canzone parli di te e del tuo mondo.

 

Da lì all’acquisto dell’album il passo è breve. Scopri ancora una volta un mondo, il tuo, che si annega in 18 pezzi tra l’albun precedente e quello nuovo, chiusi un un unico cd. E ancora non ti capaciti di come quelle parole si infilino sotto pelle per diventare tue. A me capita così. Ed Ermal diviene non Ermal Meta, ma semplicemente Ermal, uno di casa (come Paolo Nutini è Paolo e basta).

Poi, da lì all’acquisto dei biglietti per il concerto al Teatro Romano di Verona manca uno sputo. E il concerto lo segni ovunque e lo aspetti per giorni, settimane, mesi. Preghi l’Altissimo che il tempo regga e che la sfiga non sia dietro l’angolo. Nel frattempo capisci tante altre cose che solo tu puoi capire perchè ancora una volta ti sorprendono le canzoni: dicono tutto ciò che avresti voluto sentirti dire, narrano le emozioni che non sai descrivere e ti perdi nel tuo stesso mondo. Surreale, non trovate?

E stupore e meraviglia si avvinghiano, si confondono e ti domandi: ma chi è questo tizio qui che, con semplicità di scrittura, sa sbriciolare apparenze per arrivare alla sostanza? Coglie emozioni, stati d’animo e scrive canzoni che aspettano d’assere catturate.

Comunque, arriva il giorno del concerto. Il tempo sembra fare capricci. Ma poco importa. Ti metti nello zaino un piccolo kit di sopravvivenza: marsupio e ombrello. Il cincentìn imbocca l’autostrada e lui ti fa da navigatore. Sei tranquillo anche se hai il pensiero del parcheggio. Ma nel profondo non temi niente perché il cincentìn si infila ovunque.

Parcheggio fatto, ti appropinqui all’entrata. Ti soffermi con lui davanti a una chiesa sconsacrata, ora pizzeria-ristorante, che gli sta accanto. E con lui ricordi quando ci sei stato la prima volta (era una sera, prima dello spettacolo Sogno di una notte di mezza estate proprio al Teatro Romano). Fai due passi, attraversi la strada e vedi gente dietro a un cordone.

Riconosco una chioma ribelle e una giacca blu, ma sono troppo piccola (mi sento) e mi attacco al braccio di lui. Però – penso – sarebbe bello che mi autografasse il cd. Faccio un passo, forse due, provo a cercare se ho una penna. Occhi bassi per non inciampare. Li alzo e manca un dito per scontrarmi con Ermal. Sono lì e le parole non mi escono. Sta andando a cenare, proprio in quel ristorante. E io mi sento un niente e non voglio disturbare. E lui ride perché sa che io sono imbranata. Ma fa niente. Andiamo all’ingresso e aspettiamo che aprano i cancelli.

Trovato il posto – tribuna laterale numerata – guardo lui e non mi capacito (un’altra volta): <<Ma siamo vicini vicini!>>. Piano piano il teatro si riempie. I Lupi di Ermal fanno passare bigliettini per organizzare al loro beniamino una sorpresa. C’è gente di tutte le età e di tutti i generi. Pubblico variegato. Mi piace questa cosa. Si esibiscono tre bravi cantautori che accompagnano Ermal, scaldano il cuore e tengono compagnia.

Poi, alle 21:30 inizia…

E lì accade… a volte accade che la Benedetta imbranata e timida e attaccata al pero e capace di diventare una iena quando le calpestano le questioni di principio inizi a cantare (Le so tutte – direbbe qualcuno – Se non tutte, almeno l’85%).

Ermal tiene il palco in lungo e in largo. Salta, corre e sorprende. Si diverte. E lo vedi che si diverte e ama con passione ogni atomo della musica. Te lo trasmette. Questo suo vivere la musica ti arriva addosso come un treno lanciato a tutta velocità. Capisci che dietro e sulle spalle ha un immenso lavoro, fatica, sudore, gavetta e sogni… e questo, scusate, mi tocca molto nel profondo.  Chiede il buio quando canta Amara terra mia: tutto tace; non ci sono luci; il palco è oscurato; pochissimi cellulari in attività; solo quella chitarra e quella voce che sale, sale e ti narra e ti si spezza dentro. E tu ti perdi – ancora – e ti ritrovi nel tuo mondo che condividi con lui, Ermal, e centinaia di persone.

Arriva New York e lì accade la dolcezza: niente luci in scena, ma solo noi, pubblico, a illuminare Ermal con le torce dei cellulari e allora ti pare di vedere tutte le stelle che nubi dispettose oscurano.

Introduce l’ospite Enrico Ruggeri. Siparietto. Cantano tre pezzi: uno di Lou Reed, uno di David Bowie, e il successone  Il mare d’inverno scritto proprio da Ruggeri. Il pubblico impazzisce. Applausi. Standing ovation. E la signora accanto a me fischia come un pastore. Perdo per un pò l’udito sinistro, ma va bene così.E ancora e ancora altre canzoni e tu balli, canti, salti e non ti sembra vero. E lui, accanto ride perché da giorni non ti vede così. Mi sento libera nel mio mondo. E Nella vita migliore non c’è n’è più per nessuno perché è lì che:

(…) pochi sanno com’è avere il fuoco negli occhi che carbonizza i pensieri e accende i sogni… stringi la tua stella al petto, segui  il  cielo anche se è spento, un sognatore sai non dorme mai, non muore mai… è stato bello sognare insieme…

E lì, davvero, tutto ha un senso: quello che faccio, quello che vorrei fare, quello che scrivo e quello che creo. Tutto ha un senso, anche se sono solo sogni… L’importante è avere qualcuno con cui condividerli.

Benben ❤

P.S. Pure lui è stato contagiato 🙂 e mi ha posto una domanda: <<Andrai al concerto di Mantova?>>. Risposta: <<Non lo escludo a priori>>.

Fantasia, cuore e mani

Ok, ci siamo. Anzi ci risiamo. Mi tocca sbandolare un’altra matassa sul tema “blog”.

Come ho sempre sostenuto fin dai primissimi post (e sempre lo farò), quattro sostanzialmente sono i cardini o principi su cui si regge Nuvole e Gomitoli (N&G): correttezza, trasparenza, collaborazione e reciprocità. I primi due vanno a braccetto e il terzo e il quarto seguono a ruota.

Se faccio qualcosa e questo qualcosa nasce da uno spunto, un’idea vista in rete o da uno schema trovato, sapete bene che non manco mai di segnalare il riferimento con un link. Cito sempre la creatrice sia per iscritto sia a parola quando mi capita di parlare con qualcuno. I meriti vanno riconosciuti SEMPRE. Ritengo sia stupido e poco intelligente appropriarsi di idee di altri. Se creo qualcosa o modifico qualcosa di già esistente, non ho paura a mostrarlo. Sono sempre in attesa di ricevere critiche e/suggerimenti.

Gestire un blog, infatti, penso sia qualcosa di meraviglioso. Non è solo uno strumento (in questo caso un’isola felice), ma un modo nuovo per approfondire conoscenze, scambiare opinioni, confrontarsi su questo o quest’altro argomento. La reciprocità è una parola d’ordine.

Più di una volta mi è stata rivolta la domanda su come faccio a fare certi lavori a chiacchierino. E una domanda simile mi è stata anche rivolta proprio da una signora che teneva corsi di chiacchierino. Non me la sono sentita di dirle: <<Se glielo dicessi le svelerei un segreto>> oppure: <<Ehhh… ma non glielo posso dire>>. Nel mio piccolo mondo di nuvole e alberi di pero disseminati di qua e di là ho sempre cercato di spiegare o quanto meno rimandare a siti illuminanti. Badate bene che queste risposte (“Non glielo posso dire” oppure “Ma non puoi chiedermi una cosa simile” etc… etc…), più o meno educate (molto poco educate a dire il vero), mi sono state rivolte in altri luoghi e circostanze. E – badate ancora – queste risposte mi hanno fatto sentire una stupida ingenua davanti al detentore/detentrice della scienziata omnia. Eppure continuo a chiedere perchè mi piace capire e capire quali persone si celano dietro a un oggetto. Forse sono fatta male.

Ora, quando vi è un vivo interesse nell’interlocutore, nulla è più bello di una sana chiacchierata, confronto o condivisione.

Perchè cerco sempre di rispondere? Per prima cosa, chiedere è lecito e rispondere è cortesia (ho scritto CORTESIA!). In secondo luogo, la differenza tra chi mi chiede e la sottoscritta risiede nella fantasia, nel cuore e nelle mani.

Se hai fantasia puoi creare.

Se hai cuore puoi dare sostanza e anima a ogni oggetto.

Le tue mani saranno sempre diverse dalle mie.

In fondo chi crea non è una macchina, ma una persona e ogni singolo oggetto sarà unico e diverso. Inoltre il fatto che a una domanda segua una risposta, non significa ipso facto che si tenti di replicare il tutto. Ognuno di noi ha la sua inclinazione artistica e/o creativa in questo o quell’altro settore. Quindi, signori e signore, rilassatevi.

Tuttavia, se il mio interlocutore sarà scortese, disinteressato o propenso solo a copiare per vendere beh, non stupitevi se per lui mancherà la risposta. Sono fatta così. Chiedo scusa.

Come in tutte le cose, anche con i gomitoli non si finisce mai di imparare e io sono assetata di conoscenza. Mi sento piccola così davanti a un semplice gomitolo (lana, cotone, corda, non importa). Il gomitolo è un condensato di potenzialità inespressa o, se volete, di potenzialità espressa solo dalla superficie della sua materia. E tutto quel potenziale, signore e signori, scusate, ma ritengo sia molto, molto e molto più accattivante del tacere e del custodire gelosamente. In fondo, come ho sempre sostenuto: quando si tratta di gomitoli, tanto c’è da imparare, ma niente è nuovo. Il chiacchierino ne è un esempio.

Solo la fantasia, il cuore e le mani fanno la differenza. E come canterebbe qualcuno, “tutto il resto è noia”.

E spero di aver detto tutto. Ovviamente, se avrete commenti o critiche o pensieri difformi sapete già cosa fare. Alla prossima, Benben ❤