Cara amica ti scrivo…


Cara Cassa Forense…

questa mia è un addio. Non era previsto che lo facessi in questo modo. Non lo avevo, perdonami, calcolato. Sai, fare i calcoli non mi riesce proprio bene. Forse è per questo che scelsi il Liceo Classico dopo le medie. Le parole sono – credo – più simpatiche dei numeri. Eppure, tu che di numeri ne sai qualcosa, mi sei stata accanto. Pensa – ci hai mai pensato? – noi due, anime opposte, ci siamo state accanto. Forse tu più di me. Te ne lascio il merito e non me ne vanto… ma nemmeno tu dovresti.

Cara amica, solo ora mi rendo conto di non averti mai davvero conosciuta. Ti ho sempre immaginato triste prigioniera in un antico palazzo, circondato da rovi ed abitato da parrucconi grigi, seduti su alti scranni, pronti a giudicare gli avvocati con dita lunghe ed avvizzite, dalla pelle incartapecorita, unghie gialle ed alito mefitico. Per farmi piacere di più, c’erano giorni – ti confesso – in cui li immaginavo come i solerti impiegati della Gringott (cit. da “Harry Potter e la pietra filosofale” di J.K. Rowling). Sorrido davanti ai miei tentativi immaginifici. Sforzi sovra umani che si frantumavano come rocce di zucchero innanzi alle attese del tuo call center: attese lunghe come i minuti trascorsi in una sala d’attesa di un dentista. Almeno lui – il dentista, intendo – ero destinata ad incontrarlo, ma tu… tu no. Tra me e te c’erano sempre solerti voci dal simpatico accento romano. Alcune le riconoscevo, altre no. Loro, le voci, erano l’unico frammento della tua umanità. Altri frammenti non ne ho trovati o, forse sì…. Ma sì!

Sì, quanto sciocca e sbadata sono! Certo che ne ho trovati. Li ho trovati sparsi per l’Italia quando, suppongo, ti feci innervosire. Ebbeh… cosa vuoi? Non mi piace essere giudicata da parrucconi. Non rammenti? Tutto nacque da una rivista, la tua. Uno degli strumenti da te predisposti per comunicare con tutti i tuoi iscritti. Uno strumento che nel 99% delle volte, dopo aver visto la luce, moriva nel bidone della spazzatura. Ooops! Non lo sapevi?

Eppure, quella volta lo lessi. A dire il vero, ti sfogliavo sempre, cara amica. Leggevo la rubrica finale, l’unico spazio in cui dopo statistiche, dati percentuali, era possibile seguire dei pensieri logici, affini ad una mente poco amica dei numeri. Ricordo ancora quella lettera con la quale uno dei tuoi solerti parrucconi seduto su alto scranno disse – perdonami se non riporto le testuali parole – che era giusto avviare una riforma per aiutare i giovani avvocati. Una riforma che permettesse di scremare ed eventualmente eliminare tutti quegli avvocati che non avevano un reddito adeguato con la nobile professione svolta. Come strumento venne suggerito di “testare” nuovamente l’avvocato (che, ammettilo, lo avevi tanto a cuore) o tramite un nuovo esame o mediante  colloquio presso l’Ordine Forense competente perché venissero comprovate – ulteriormente – le sue competenze.

Amica, quella lettera mi fece così male, che in due minuti ti risposi. Come potevi immaginare che rimanessi in silenzio? Senza rendermene conto nel giro di poche settimane, i frammenti della tua umanità, quella che giudicavi e volevi ulteriormente sottoporre ad esame, mi contattarono da tutta Italia, chi via mail, chi tramite facebook, chi con una telefonata. Sai, scoprii tanti, tanti giovani avvocati e non solo che pur amandoti, sentivano avvicinarsi il sibilo della ghigliottina sul loro collo. Come era possibile che un amore, una dedizione verso gli avvocati, potesse tramutarsi in un amore, per così dire, malato? Tu mi pubblicasti, ma sapessi quanti, quanti, cara amica, mi fecero sentire che non ero una mosca bianca. Dall’alto dei loro scranni i tuoi parrucconi hanno emesso pareri e giudizi capaci di tranciare le voci di chi, al contrario, rimaneva a stento a galla, aggrappandosi al credo del diritto, anzi, del Diritto e della Giurisprudenza.

Quella volta fu il nostro più feroce litigio, credo. Dopo pochi mesi, la riforma che il parruccone si augurava venne attuata in un certo senso a metà: se non guadagnavi un tot non esercitavi in modo continuativo la professione. Questo, in soldoni, era il messaggio. E tu di soldi ne hai sempre saputo più di me. Hai fatto quel che volevi. Ma, in fondo, non potevo aspettarmi diversamente. E poi, ammettiamolo: essere un Don Chicotte contro i mulini a vento del diritto mi stava fracassando l’anima. Sola, con frammenti della tua umanità sparsi per l’Italia, era difficile combattere contro il tuo immobilismo apparente. Come potevo dimostrarti che ero un Avvocato se tu miravi al portafoglio? E così ti dissi addio… te lo dissi come si fa quando ci si separa: una richiesta formale di separazione consensuale.

Ho atteso un mese perché tu accondiscendessi rispettando la mia volontà.

Ed oggi, a distanza di tre anni, mi hai riconosciuto il divorzio ed il rimborso di tutti gli anni dichiarati inefficaci. Anni di cui tu hai sempre puntualmente chiesto il pagamento. Vedi, la differenza tra me e te è questa: tu chiedevi e ponevi obblighi. Sottolineavi gli obblighi. I diritti, i miei, erano riconosciuti a parole, ma a fatti poco. Ho dovuto attendere tre anni (di più per la precisione), trascorrere minuti lunghi come stagioni al call center, ripetere e rimarcare i miei diritti con lettere, fax e mail perché tu, oggi, li riconoscessi.

Ti ringrazio, Cassa Forense.

Ti ringrazio, amica Cassa Forense, non solo per il riconoscimento dei miei diritti, ma anche perché, senza saperlo e senza volerlo, mi hai reso la persona che sono. Basta che guardi qui, dove tutto è colore, dove non ci sono scranni alti e parrucconi dal mortal alito. Tutto è colorato ed elfico.

Addio, Cassa Forense…

Senza rancore… Omolà!!!

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