Merlino, tu che sei saggio…

B. Merlino, tu che sei saggio, mi dici come battagliare e sconfiggere le mie paturnie?

M. Suggerirei una dormitina.

B. Ma chi dorme non piglia pesci.

M. Non è propriamente esatto. Puoi sempre sognare di prenderli.

B. Non è la stessa cosa.

M. Mah… voi umani vi complicate la vita.

B. Dici?

M. Il saluto al sole non lo fate mai. Il saluto alle stelle lo fate solo per vederne cadere una. 

B. Ti piace guardare il cielo vero?

M. Oh sì, tanto. E’ il momento che preferisco. Ma quando c’è la nebbia non vedo niente.

B. E’ normale. Qui la nebbia non scherza.

M. Mi fa venire sonno. Lo concilia molto bene.

B. Allora? Mi dai un consiglio segreto per affrontare le paturnie?

M. Pulisciti bene le zampe. Pulisciti il muso. Saluta il sole al mattino. Saluta le stelle alla sera. Siediti dove vuoi e osservale scivolare via.

B. Cosa? Le paturnie o le stelle?

M. Entrambe.

B. Molto zen come consiglio, Merlino.

M. Ho già sonno.

B. Per il consiglio?

M. No… Sono le tue paturnie che mi stancano.

B. Come le mie?

M. Mi sono lavato bene, fatto colazione e lavato ancora. Ho salutato il sole diverse volte. E ora sto seduto qui accanto a te. Le tue paturnie non finiscono più. Mi è venuto sonno. 

B. Oh!

M. Già.

B. Allora vado a pulirmi le zampe e il muso anche io e saluterò il sole e mi siederò da qualche parte…

M. Buona idea. Ti raggiungo quando mi sveglio.

 

 

Ma chi me lo fa fare?

Sto qui. Seduta. Una tisana davanti. Diversi km di camminata sulle gambe. Un lavoro gomitoloso da portare a termine. Una bozza scovata a cui vorrei attribuire uno svolgimento e una fine degna. Una testa piena di pensieri. E, ora, inizio pure questo post di sfogo, di parole in libertà per allentare i lacci del corsetto di paturnie.

Sono fatta così. Prendere o lasciare. Non sto senza fare nulla. Non posso. Non riesco.

Dopo l’ultimo libro – Un piano perfetto, edizioni Il RIo – uscito il 13 dicembre u.s. e ora disponibile non solo a Mantova, ma sul circuito di Feltrinelli e Amazon, mi ero detta di non scrivere per un pò. Un libro è una creatura che porta via un pò di te, per cui occorre trovare il modo di rigenerarsi. Ma in questo caso, non porta via solo un pò di me, porta via proprio me. Perchè Ella Filingeri, con il suo albero di pero, la sua testa tra le nuvole, le sue salite, i suoi temporali che non ne vogliono sapere di cadere giù, per cascare all’improvviso quando meno te lo aspetti, con la sua voglia di prendere in mano la vita, sono io…. Io… E mi domando quante Ella Filingeri ci sono in giro e cosa hanno fatto per riappropriarsi della propria vita.

Mi domando quando mai termineranno le mie salite, sempre molto ripide, dove non c’è nulla di facile. Ma proprio nulla. Dove le speranze e le attese sono lunghe e vaste e snervano anche i più pazienti. Dove le parole spesso mi arrivano vuote e mi tocca farcirle di significati nuovi. Mi domando: MA CHI ME LO FA FARE? Di scrivere intendo? Perché? C’è chi mi chiede ancora il seguito di “Un caso potenzialmente problematico” o di “Alex Fangio” e chi mi chiede – come lui – quando scriverò un libro su mago gatto Merlino. Risposta: NON LO SO!

Anzi, sinceramente: vorrei smettere di scrivere, ma non ci riesco. Perché? Semplice: sono le storie che cercano me per essere narrate. Non sono io che cerco loro. E’ la vita con i suoi personaggi che mi bussa di notte, quando vorrei tanto dormire, e mi sveglia e mi porta ad aprire a scrivere cose di cui magari a nessuno fregherà un cippa lippa di niente, perché, in fondo, rimango sempre Benedetta, Betta o Benny per gli amici, Benben per i nuvolini, anonimamente ancorata ai miei sogni di libertà. Sono nessuno, capite cosa intendo?

Poi, però, oltre a venir svegliata di notte da queste storie, che mi danno talune volte il tormento, mi ritrovo sul cellulare messaggi mai letti (GIURO: NON SO IL PERCHE’), e ritrovati casualmente (sapete quando Messenger ti evidenzia che ci sono messaggi nuovi? Beh, ecco, proprio quella roba lì) . E lì, davanti alle loro parole, mi viene da piangere perchè, allora, forse, quello che scrivo a qualcuno arriva e questo qualcuno che mai conoscerò, ha pensato di raggiungermi.

Giuro che non scherzo… Questo messaggio è datato 2012. Gli ho dedicato un piccolo spazio anche su FB e ora lo riprendo qui (purtroppo non riesco a risalire a chi me lo ha inviato. Se uno di voi dovesse riconoscersi, si faccia vivo, cosicché possa ringraziare): “Io non so se sei tu o solo un’omonima. Fra il 2003/2004 ho letto il libro SCRIVIMI! Quanto mi ha fatto crescere, in tutti i sensi. Stamattina alla radio danno Iris dei Goo Goo Dolls e mi sei tornata in mente. Se non sei chi penso ti prego di scusarmi, se invece sei proprio tu, scusami ma sto scrivendo al volo prima di andare al lavoro”. 

E allora penso e penso e penso e penso ancora: Scrivere è davvero un tormento e, allo stesso tempo, una necessità di vita, come lo è respirare. Scrivere non è l’affermazione di se stessi. E’ essere se stessi. Scrivo quindi sono. Ed esistere significa anche condividere ciò che si è, nel bene e nel male. Ma ci sono momenti in cui è davvero difficile stare lì, fermarsi lungo la salita e sperare – perché ci spero sempre in fondo – che le parole arrivino a bussare, con permesso entrino, e si accomodino in qualche anfratto del cuore del lettore. Scrivere è anche sperare. 

Ma il mondo alcune volte mi sembra troppo veloce per tendere l’orecchio alle parole che bussano.

Sospirone… mi sono sfogata… Respiro e, toh, scrivo ancora…

Chiedo scusa per le parole in libertà, anonimamente Benedetta ❤